islanda insegna

Maurizio Blondet
Islanda: chi l’ha rovinata
 
29 marzo 2006 - Fonte:effedieffe.com
Gli islandesi, se non avessero avuto offerto tanto denaro, sarebbero cresciuti in modo naturale e solido; ora li aspettano anni di disoccupazione e miseria

I prezzi delle case a Reykjavik (la capitale, 115 mila abitanti) sono raddoppiati
Prima di cominciare la storia, bisogna tenere in mente una cifra: 296.737.
Tanti sono gli abitanti dell'Islanda.
Solo 30 mila in più di quanti vivono a Venezia.
Stiamo parlando di una nazione con la popolazione di una media città italiana, della cui economia non varrebbe nemmeno la pena di occuparsi.
Invece questo piccolo Paese ed il suo tracollo stanno provocando terremoti in Paesi lontani come la Nuova Zelanda e l'Ungheria, e fanno tremare il mercato speculativo mondiale.
Eppure quei mercati mondiali, fino a febbraio scorso, puntavano sull'Islanda.
Anzi la portavano ad esempio al resto d'Europa che stagnava.
In Islanda, l'economia cresceva del 6 % l'anno.
Le percentuali hanno una loro fascinazione ipnotica, sugli analisti finanziari: nessuno di loro ha probabilmente dedicato un attimo a valutare che quel 6% era la crescita di una cifra che, in assoluto, valeva 300 mila abitanti scarsi.
E tutti gli strateghi della f inanza globale hanno cominciato ad «investire» in quel PIL da piccola città.

 

Tanto più che l'Islanda non essendo nell'euro e avendo quindi una moneta (la krona) fluttuante nei mercati dei cambi mondiali, offriva - per ottenere valuta in prestito - tassi d'interesse più che ragguardevoli.
Specialmente in confronto a quello che rendeva il denaro in Giappone (zero %), in Europa (2 %) o anche in USA (solo da poco 4,5%).
E così, i genii della speculazione hanno convogliato denaro là.
Come, l'abbiamo già spiegato qualche tempo fa: con il «carry trade».
Questo consiste nel semplice trucco di prendere denaro in prestito dove costa poco (in Giappone) per comprare con questo buoni del Tesoro del Paese dove il denaro costa tanto, il 6 o 7%.
Era il caso dell'Islanda.
Denaro rovente proveniente da Giappone, Europa e USA si è riversato sull'isola a contendersi i titoli del debito pubblico, le azioni, le obbligazioni islandesi ad alto rendimento.
Insomma: denaro dal Giappone, 100 milioni di abitanti, dall'Europa (460 milioni), dagli USA (270) in un Paese di 300 mila, e in un mercato mobiliare e immobiliare da piccola città.

 

E quanto più denaro arrivava, tanto più i frutti crescevano.
L'arrivo di capitali caldi in immensi volumi surriscaldava l'economia dell'isola-città; la Banca Centrale islandese, per cercare di frenare quel boom malsano, aumentava i tassi; insomma faceva costare il denaro di più.
Perché l'economia di scuola insegna ai banchieri centrali: fate costare di più il denaro che si prende in prestito, e gli imprenditori e le famiglie ne prenderanno meno, rallentando gli affari, raffreddando l'economia.
Ma la scuola a cui vanno i banchieri centrali non è aggiornata sulle meraviglie della globalizzazione.
La Banca Centrale islandese in meno di due anni ha raddoppiato gli interessi che paga sui propri Buoni del Tesoro, arrivando fino al 10,75 %.
E ovviamente, più aumentava i tassi, più arrivava denaro estero assetato di profitti, e più l'economia si riscaldava.
Fino a diventare rovente.
Tutto il mondo voleva dare denaro in prestito ai 300 mila islandesi.
Come stupirsi che l'abbiano accettato?

Le famiglie l'hanno accettato, comprandosi a credito le cose utili e superflue; gli imprenditori l'hanno accettato, ampliando i loro affari (1).
E le banche - che avrebbero dovuto saperne di più - l'hanno accettato altrettanto stupidamente, indebitandosi fino al collo ed oltre.
L'Islanda conta tre banche, la Glitnir, la Kaphting, la Landsbanki: nomi da gnomi e infatti lo sono, piccolissime banche di uno Stato di 300 mila abitanti.
Ma strapiene di denaro, si sono buttate ad acquisizioni all'estero, hanno fatto man bassa di banche in Svezia, Norvegia, Danimarca.
Colpa loro?
No, no: dovevano pur «retribuire» il capitale così generosamente loro prestato dal mondo.
E del resto stavano cercando di diventare grandi; così capienti da contenere i risparmi del Giappone ricchissimo, di 100 milioni di abitanti.
Gli imprenditori dell'isola nordica hanno fatto altrettanto.
Jon Asgeir Johanneson, uno degli uomini più! ricchi (dei 300 mila scarsi), ha acquistato il controllo di catene di negozie in Gran Bretagna: è diventato padrone di Hamley (giocattoli), di Oasis (abbigliamento), e persino del 10 % del gigantesco Woolworths, grandi magazzini.

 

Tutto a credito, naturalmente.
Le famiglie hanno fatto lo stesso: del resto anche i salari crescevano.
Risultato: i prezzi delle case a Reykjavik (la capitale, 115 mila abitanti) sono raddoppiati in 2 anni.
Le imprese hanno fatto lo stesso: e le azioni della micrscopica borsa d'Islanda sono, in due anni, quadruplicate.
E più aumentavano case e azioni, più arrivavano soldi roventi, per via telematica, dal Giappone, dall'Europa, dagli USA: perché «investire» in Islanda rendeva sempre più: 200 % sugli immobili, 400 % sulle azioni.
Il paradiso, per gli analisti ipnotizzati dalle percentuali.
Nel loro gergo, l'Islanda era una «economia emergente» in crescita «impetuosa», e per di più «pienamente integrata nel mercato finanziario globale», mica come quei protezionisti dei francesi.
E' andata bene fino a gennaio.
Quando un'agenzia di rating ha espresso un dubbio sulla sostenibilità di quell'indebitam ento.
Gli speculatori finanziari - che a loro dire amano il rischio - hanno avuto una delle loro ricorrenti crisi di fifa nera.

 

Non hanno sottoscritto metà di un'obbligazione a cinque anni emessa dalla banca Kauphting che stava scadendo: della nuova emissione, pari a 1,25 miliardi di dollari, hanno coperto solo 600 milioni di dollari.
Il resto, lo deve coprire la banca emettitrice, pagando 625 milioni di dollari sull'unghia ai creditori.
Prendiamoci solo un momento per assaporare le cifre: la banca-gnomo Kauphting ha emesso titolo di debito per 1,25 miliardi di dollari.
Pari a 4 mila dollari e più per ogni abitante dell'isoletta ghiacciata.
Fatto sta che davanti alla banca Kaupthing si sono formate file di gente che voleva ritirare i depositi. La krona è crollata, e così le azioni dello Stato-città.
E gli investitori, con un ordine telematico, in un secondo, hanno ritirato i capitali.
E non è finita.
Altri Paesi che offrono alti tassi d'interesse per attrarre capitali, appunto la Nuova Zelanda e l'Ungheria, si sono trovati a secco, abbandonati dai cavalieri di ventura, dagli arditi speculatori; così, solo perché la fifa blu è contagiosa, per nessun'altra ragione.

 

Ora le agenzie di rating e le banche deplorano la follia del boom islandese, che mette in pericolo la finanza globale.
Ora dicono, solo ora, che le piccole dimensioni del Paese e la «scarsa esperienza» delle sue banche-gnomo ad agire «nel mercato mondiale integrato» aggiungono difficoltà al crack.
Ma di chi è la colpa?
In ogni caso, a pagare non saranno i colpevoli.
La Danske Bank, la seconda banca danese, nota in un rapporto d'urgenza i rischi del crollo della corona islandese.
Il deficit corrente islandese, dice il rapporto, è pari al 20% del prodotto interno lordo: il peggiore dell'OCSE. Lo stesso vale per gli altri parametri macroeconomici dell'Islanda.
Per questo il PIL islandese «potrebbe forse perdere il 5-10 % nei prossimi due anni».
Ciò a causa di «un'espansione sorprendente del debito, del rapporto d'indebitamento e del rischio che non trova precedenti in quasi nessuna parte del mondo».

 

Sorprendente per chi?
Fatto è che il debito esterno ha ora raggiunto il 300% del PIL, mentre i debiti a breve termine sono quasi al 55%.
Questo equivale al 133% degli introiti dalle esportazioni.
Lo sbilancio del debito estero rispetto agli introiti è 4 volte quello dell'Italia.
Dal 1990 il debito totale come percentuale del PIL annuo è più che raddoppiato, toccando il 350%. La crescita della massa monetaria è del 22% annuo.
Il debito con l'estero «è oltre l'80% del debito totale», che «è quasi completamente denominato in moneta straniera. Di conseguenza l'economia islandese è diventata sempre più dipendente da capitali stranieri» e «dalla disponibilità di prestiti dai mercati finanziari globali. Questo solleva la questione se l'economia non versi soltanto in una recessione, ma attraversi una crisi finanziaria molto grave».
La Danske Bank conclude: «precedenti crisi di questo tipo in altri Paesi hanno provocato forti reazioni dei mercati. In Thailandia (1997) e Turchia (2001) le monete hanno perso dal 50 al 60 %». Facendo il paragone con questi precedenti «possiamo concludere che l'Islanda quasi da ogni punto di vista sta peggio della Thailandia prima della crisi del 1997, e solo un pochino meglio della Turchia prima del 2001».

 

Richard Fox, direttore della Fitch Rating (l'agenzia che ha bucato il boom islandese, mettendo un dubbio sull'insolvenza dell'isola), ora dice che è colpa degli hedge funds che hanno fatto affluire, e ora defluire, i capitali dall'Islanda.
Proprio come gli hedge funds, l'economia islandese aveva un alto rapporto d'indebitamento con l'estero.
«Se prendiamo il rapporto tra credito e PIL», ha spiegato Fox in un'intervista, «quello islandese è uno dei più alti del mondo. Qualcuno ha descritto l'Islanda come il più grande hedge fund in assoluto» (2).
Il risultato di tanto investimento di capitale, infine, eccolo qui: recessione, indebitamento impagabile, inflazione al 22 %, bolla edilizia e azionaria, disoccupazione.
E bancarotta in vista.
L'economia islandese poteva essere sana, con le sue sane attività pescherecce, se non fosse stata «aiutata» dai capitalisti esteri.
Invece calerà del 5 o 10 % per almeno due anni.

 

Gli islandesi, se non avessero avuto offerto tanto denaro, sarebbero cresciuti in modo naturale e solido; ora li aspettano anni di disoccupazione e miseria.
Ma sono solo 300 mila, dopotutto.
Però non dimenticateli.
Quando vi ripeteranno l'eterna giaculatoria sulla «mano invisibile del mercato», quando vi ripeteranno che l'oggettiva «legge della domanda e dell'offerta» è infallibile nell'allocare il capitale nel «modo più efficiente possibile» (più di ogni investimento di Stato) sì che non serve alcuna regulation al «libero movimento di capitali», perché i capitali, guidati dalla sete di profitto, ne sanno di più - allora ricordatevi dell'Islanda.
Rovinata da questi infallibili istinti animali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica 5 ottobre 2008

LA CRISI FINANZIARIA MONDIALE PORTA L'ISLANDA SUL LASTRICO

 

La neve è arrivata presto a Reykjavik, dopo un insolita lunga e calda estate.
Il bar e ristoranti d'Islanda della capitale sono imballate, il Range Rover e BMW sono parcheggiati lungo le strade del quartiere centrale 101, e la musica esce a tutto volume da un Hummer Berlina .
'Che cosa possiamo fare? Sono arrivati i momenti difficili, ma abbiamo esaurito i giorni a parlarne, guardando le notizie peggiorando . Abbiamo dovuto uscire e stare con gli amici. Forse è come la fine del mondo, 'dice Egill Tomasson, 32, seduta nel Kaffeebarinn bar. L'Islanda è sull'orlo del collasso. L'inflazione e tassi di interesse infuriano verso l'alto. La corona, moneta islandese , è in caduta libera, ed è appena al di sopra di quella dello Zimbabwe, e del Turkmenistan. Una delle tre banche indipendenti del paese è stata nazionalizzata. Il governo e funzionari della banca centrale si sono riuniti a porte chiuse per tre giorni ma con un nessun segno di un piano. Banche internazionali non inviano più denaro e le forniture di valuta estera si stanno esaurendo.
La gente vuole un nuovo governo di unità per affrontare l' emergenza e una rapida adesione all'Ue . Il Venerdì le code alle banche sono state enormi, con le persone che spostavano i risparmi in posti più sicuri.
Ieri persone acquistavano forniture di olio d'oliva e la pasta dopo che un portavoce del supermercato ha annunciato che non avevano possibilità di pagare
i stranieri per importare prodotti alimentari.
Questa isola vulcanica, che ha la dimensione del Cuba, con una popolazione di 320.000 è un giocatore sull' improbabile gioco delle finanze globali (ora in crisi) . E 'famosa per i suoi pesci, geyser e per vincere nelle Nazioni Unite nel 2007 il sondaggio "per il miglior paese in cui vivere". Ma l'Islanda ha costruito la sua straordinaria ricchezza sulla cresta del credito in tutto il mondo
La nazione celebrò ricchezze quando negli Anni Novanta, le riforme di libero mercato, il pesce contingente di cassa e un mercato azionario stabile basato su fondi pensione ha permesso a imprenditori islandesi di uscire e di spazzare crediti internazionali. Gran Bretagna e la Danimarca sono state favorite nello shopping ossessiona, e nel solo 2004 gli islandesi hanno speso £ 894m su partecipazioni in società britanniche. In soli cinque anni, la famiglia islandese ha visto la sua ricchezza aumentare del 45 per cento.
Ma, come conseguenza della crisi bancaria internazionale, dai padroni della squadra dello West Ham alla catena di supermercati Somerfield , dall'Hamleys
negozi di giocattoli alla House of Fraser, ora sono in difficoltà e il
paese sta annegando in titoli di debito.
La forza lavoro islandese a buon mercato, i polacchi e lituani, hanno lasciato già - c'è poco senso l'invio a casa di tale moneta, e la stagione turistica è finita.
L'Islanda è degli islandesi .
In Kaffeebarinn, Egill Tomasson non è potabile perché ha un festival di musica da organizzare. 'La gente qui avranno bisogno di questo festival,' dice Tomasson. 'Questa crisi è stata un duro colpo. E molte persone dovrebbero avere una cattiva coscienza di ciò che è accaduto. Qualcuno dovrebbe essere perseguito, che hanno succhiato l'Islanda ,ha preso il denaro ed è fuggito, e ci ha lasciato completamente in merda. Persone che conosco sono andati al Regno Unito o gli Stati Uniti a
studiare
Come molti della sua età, Tomasson ha solo un vago ricordo , prima che il boom che ha portato il procapite per ogni islandese più alto nel mondo. Anziani isolani li chiamano i 'Krutt-kynslotin' - la cuddly generazione. Eco-consapevole, seri, ma viziati, che deriva da caffè al bar, l'ascolto della musica di Björk e sicuro
Ros, isolani che hanno reso grande l'isola all'estero. 'Essi devono avere le mani sporche ora, 'spiega lo chef Siggi Hall
'E' bene, ora ci sono l'I-generazione, iPod, iPhones, tutto comincia con I. Beh, dovremo tornare alle basi. Gli islandesi devono assumersi dei rischi. Dovremo cominciare a mangiare agnello islandese e dimenticare le importazioni di questi
fegato d'oca e salsa di soia giapponese. Quando tutti erano estremamente ricchi in Islanda - sapete, il mese scorso, è stato con il denaro che essi non hanno mai guadagnato. Ora coloro che sono stati estremamente ricchi di norma sono solo ricchi, ma essi pensano di essere poveri. Essi sono stati viziati,con la spesa di miliardi.
Hall ha dovuto aprire il suo nuovo ristorante in data 17 ottobre, ma insiste, la crisi non la preoccupa . 'Aveva perso clienti perché la gente volava a Copenaghen e Londra e New York per il fine settimana, a mangiare fuori. Ora rimarrà in Islanda, ma continua a mangiare fuori. Persone hanno bisogno di mangiare. '
Al di fuori della città Hofdahollin nell'auto showroom, degli uomini cercano di vendere nuove e auto usate per £ 35.000 . Essi non sono in attesa di eventuali clienti di oggi. 'Pochi anni fa non avevamo sufficienti autovetture e abbiamo iniziato l'importazione di loro. ne vendevamo 120, 140, un mese. ' dice Olafsson, il proprietario. 'E' così drammatico,che solo in un mese,noi abbiamo già visto due concessionari fallire.
'I clienti entrano da noi e si applicano contratti di credito on-line per loro, prestiti al 100 per cento , e possono guidare via nella loro nuova Range Rover. Ci sono voluti dieci minuti, è stato molto facile. Ma da 60 a 70 per cento di questi prestiti sono stati valuta estera, o yen giapponesi, franchi svizzeri. Una macchina del valore di 5 milioni di corone ora ha un 9 milioni di prestito su di esso; come le persone andare a fare i pagamenti? '
Prestiti in valuta estera sono un problema per la casa, troppo.
'I prestiti sono stati molto a buon mercato, i prezzi sono aumentati della casa e vi
è stato un sacco di buona qualità . Ma il mercato ha avuto una battuta d'arresto, non ci sono acquisti.
I tassi di interesse sono impressionanti. Le persone ora si scambiano case. Questo è ciò che ci tiene a galla, 'dice l'agente Ingolfur Gissurarson. Il suo cellulare si spegne - la suoneria è A Hard Day's Night dei Beatles. 'Ho cambiato per soddisfare i tempi, 'sorride.
'Prima di riforme del mercato del paese si è avuto una fase di stagnazione. Siamo stati poveri pescatori o agricoltori, in modo che ha avuto un incredibile effetto sulla fiducia quando abbiamo visto questi giovani acquistare imprese Britannici e danesi . Tutti balzati alla nuovo opportunità come i bambini. Davvero, non si sono sorpresi che il negozio di giocattoli Hamleys è stato uno dei primi acquisti. '
Gunnghilder Sveinbjarna e la sua amica, Anna Lara Magnusdottir, ordinano la loro seconda bottiglia di vino rosso nel Philippe Starck
'Siamo usciti durante il fine settimana per dimenticare i nostri figli e i nostri
problemi, e vogliamo dimenticare la crisi economica , 'dice Gunnghilder. 'Domani il mal di testa.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'economia all'idrogeno promessa dall'Islanda è una bufala: una denuncia contro la retorica del "modello scandinavo".

Mi occupo di innovazione tecnologia nel campo dell'energia.
Non sono un fisico nucleare, bensì un geografo economico.
Cerco di applicare gli approcci della costruzione sociale della tecnologia sullo sviluppo delle tecnologie legate all'uso dell'idrogeno come energia di trasporto (e trasporto di energia).

L'Islanda si vanta di essere all'avanguardia in questo campo, avendo aperto il primo distributore pubblico di idrogeno. Lo avete letto? Ebbene, cio' e' una bufala, una bugia di propaganda.
Il 24 aprile scorso è stato inaugurato un distributore "pubblico" di idrogeno, ma fino alla fine di settembre non è stato mai usato. Da Settembre ad oggi due autobus di linea urbana alimentati a celle a combustione vi fanno rifornimento, essendo parte dello stesso progetto Europeo "Cute". In pratica quello che sta succedendo a Reykjavik sta succedendo anche in altre 8 città europee. L'idrogeno come carburante per autotrasporto non ha ancora un mercato, né un prezzo, e tantomeno dei veicoli privati autorizzati che possono usarla. Quindi il distributore di idrogeno di Reykjavik, è pubblico solo perché fisicamente situato accanto ad un distributore di benzina, ma in realtà, non ha niente di speciale.
La cosa che potrebbe differenziare il caso islandese dagli altri e' che potenzialmente l'Islanda a grandi risorse energetiche sia idroelettiche che eoliche (quest'ultime non le ha mai utilizzate e non le vuole nemmeno utilizzare). Ma la realtà è un'altra..

Se leggete che l'Islanda è in prima linea per la difesa dell'ambiente e nella lotta all'inquinamento, facendo riferimento alla ricerca sull'idrogeno e all'utilizzo estensivo dell'energia idroelettrica, sappiate che è tutta una farsa.
L'Islanda, i suoi governi passati e quello attuale, stanno attuando politiche dal punto di vista dell'impatto ambientale, a dir poco devastanti. Non ho molto tempo per spiegarvi la situazione, vi dico solo che in Islanda esistono alcune industrie di produzione dell'alluminio che sono responsabili del 40% delle emissioni inquinanti dell'isola (le industrie incidono per l'8% sul PIL e per 1% sull'occupazione) Ebbene sono state fatte CARTE FALSE (in senso letterale) per approvare un progetto detto di Kárahnjúka (dal nome dell'area - paradiso terrestre - che in questo momento sta per essere distrutto) per costruire una mega-centrale idroelettrica che REGALERA' L'energia elettrica ad un'altra industria di produzione di alluminio. Coinvolte, oltre al governo islandese, sono la Alcoa e la Impregilo SpA... e vi ho detto già tutto... Se non avete capito, basta usare google... con l'aggiunta della parola scandali, o mafia o tutte e due.

Tornando all'Islanda, vorrei mettere tutta la comunità scientifica in guardia. Quando sentite affermazioni del tipo "il governo islandese vuole una società o un economia dell'idrogeno" pensate che ha appena firmato un impegno con le banche internazionali di 1,3 miliardi di dollari per triplicare la produzione dell'alluminio, mentre ha investito nella ricerca sull'idrogeno 15 milioni di dollari per tre anni (meno del contributo che l'ente che dirige le ricerche sull'idrogeno ha ricevuto dalla Comunità Europea).

Pensate che il governo islandese (e gra parte dell'opposizione) ha in progetto di costruire altre 12 centrali idroelettriche e che tutte sono state pensate per alimentare l'industria dell'alluminio (ma l'Islanda ha un debito estero che già supera l'80% del PIL e credo proprio che tutto ciò sia improbabile per i prossimi 50 anni). In pratica ogni altro tipo di sviluppo economico, sociale e tecnologico in Islanda è stato definitivamente frustrato e bloccato da queste ultime decisioni (invero concepite negli anni '60 e portate avanti sin da allora).

Quando leggerete che l'Islanda è un Paese civile e sensibile alle problematiche relative all'inquinamento, pensate che le automobili sono il 730/1000 abitanti, che ogni islandese produce CO2 (solo nel trasporto) il doppio della media europea, per non parlare dei rifuiti solidi urbani. L'Islanda ha chiesto un eccezione alla ratifica sul Protocollo di Kyoto per aumentare produzione delle emissioni serra (lamentandosi di non essere industrializzata come gli altri Paesi occidentali).

Tutte le politiche degli ultimi anni, nel campo del trasporto, della pianificazione territoriale, nell'economia, sono volte a peggiorare la situazione.
Riesco anche a capire i motivi per cui l'ambientalismo quassù non abbia mai avuto una ragion d'essere, data la densità della popolazione e la vastità e purezza dell'Isola (un terzo dell'Italia).

Ma negli ultimi decenni, la situazione è cambiata: Reykjavik che raccoglie 170000 abitanti (il 70% dell'intera popolazione) ha un tasso di inquinamento atmosferico altissimo. Le industrie di produzione di alluminio contaminano le falde acquifere, le centrali idroelettriche dissessano i bacini idrografici, le linee di elettrificazione deturpano i paesaggi.

Reykjavik è stata pianificata in modo tale che se non hai l'automobile, sei praticamente ghettizzato in uno dei tanti quartieri dormitorio, e Reykjavik di per sé è un isola di asfalto su un isola di vulcani e ghiacciai. Molti ragazzi delle nuove generazioni hanno avuto pochissimi contatti con la natura.

Ma sto divagando. Vorrei segnalare un fatto grave: quassù l'università-azienda sta diventando una realtà; i docenti si sono messi a pubblicare articoli pseudo-scientifici per avallare le decisioni politiche, più che a servire i policymakers con le loro conoscenze. Gli stessi professori che parlano di idrogeno come il futuro dell'isola non criticano e anzi giustificano le decisioni del governo.

E il sottoscritto per aver esposto criticamente, durante una conferenza qui a Reykjavik, lo sviluppo economico ed energetico dell'Islanda degli ultimi 30 anni, sono stato sabotato dai dirigenti dell'ateneo, che si da allora mi hanno negato qualsiasi tipo di borsa di studio (nemmeno quelle private ho potuto ottenere, dato che gli istituti privati si avvalgono di funzionari dell'ateneo per scegliere i vincitori della borsa di studio che mettono in palio).

Ma io lavoro nei weekdays all'università e nei weekends come assistente sociale in una casa per disabili e continuo finché non mi stufo. Quando arriverò al limite, mi trasferiro' in Norvegia. (un affronto per gli islandesi..)